Una Repubblica fondata sull’impegno

Durante il Convegno per il trentennale del Mo.V.I. (Milano, 28 e 29 marzo 2009) alla domanda “Di cosa si deve occupare il volontariato?” Monsignor Nervo rispose “Riprendete in mano la Costituzione, ripartite dalla Costituzione”.

La nostra Costituzione è un documento bellissimo, ancora oggi capace di regalarci non solo spunti di riflessione ma anche un orizzonte culturale in cui e verso cui muoverci.
La Legge fondamentale non è, e non rappresenta, semplicemente una raccolta di leggi positive ma descrive una comunità, descrive la comunità che le nostre madri e i nostri padri costituenti hanno sognato.
I principi e i valori contenuti nella nostra Costituzione sono delle bussole e dei fari che ci indicano la rotta da seguire per costruire una società fondata sulla giustizia, sulla coesione e su un senso di appartenenza che non si concretizza nell’esclusione del diverso ma che è capace di misurarsi e di confrontarsi con gli “altri”.
Tra i tantissimi articoli che illustrano con chiarezza quale sia il peso e l’importanza dei valori e dei principi nella costruzione del Paese Italia in molti si sono richiamati al bellissimo articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In questo articolo vengono poste le basi per una Repubblica in cui l’uguaglianza sia effettiva e sostanziale, è nel quadro di questo articolo che l’azione delle Organizzazioni di Volontariato assume un profilo politico: le associazioni non operano per senso di compassione o per buonismo ma per realizzare l’uguaglianza tra i cittadini, per rimuovere quelle cause che comportando la disuguaglianza non permettono ad alcuni di essere cittadini.
I cittadini della nostra Repubblica non sono tali per il fatto di essere passivamente nati su un territorio ma in virtù del fatto che tutti godono degli stessi diritti, indipendentemente , dal genere, dal credo religioso, dalla lingua e dalle proprie opinioni.
Fare in modo che i cittadini accedano agli spazi in cui i diritti sono reali significa renderli, effettivamente, cittadini.

A questo articolo il volontariato si è spesso richiamato, ma i legami tra la nostra Carta Costituzionale e l’impegno dei cittadini si esprime in moltissimi altri luoghi, tra i tanti vogliamo ricordare c’è il primo comma del primo articolo.

L’Italia è un Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Gherardo Colombo così rilegge ed interpreta questo comma:

L’Italia può essere una Repubblica e una democrazia soltanto se i propri cittadini lavorano e si impegnano affinché sia una Repubblica e una democrazia.

Questo a significare che l’impianto che la nostra Carta disegna per noi non è quello di cittadini passivi che attendono risposte da terzi, cittadini che ritengono di vantare passivamente null’altro che diritti bensì quella di essere cittadini attivi che si impegnano affinché il Paese in cui vivono siano un’autentica Repubblica.
Se questo è vero significa che:
1) tutte le associazioni di volontariato sono luoghi in cui esprimere e realizzare tale impegno;
2) una Repubblica non è può essere riassunta in una semplice sommatoria di leggi.

Troppo spesso, infatti, fraintendiamo la comunità con le leggi che la normano, troppo spesso fraintendiamo la “legalità”, con la banale osservanza delle leggi, senza coglierne i differenti livelli ed ordini, senza cercare i valori che le animano. Ma è utile ricordare che Giuseppe Dossetti rivendicava il diritto di resistenza tra i diritti che avrebbero dovuti essere garantiti dalla Costituzione:

La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino.

La nostra Carta Costituzionale ha questo dibattito nel suo genoma, questa radice che ci spiega ancora una volta quanto sia difficile vivere in una democrazia: non è sufficiente dire di rispettare le leggi, non è sufficiente obbedirle, bisogna avere in sé anche la maturità di cogliere quando queste non siano in linea con i principi di giustizia sociale e di uguaglianza sostanziale per chiedere che vengano modificate ed adeguate ai valori profondi della nostra legge fondamentale.
Questo è un discorso impervio e difficile ricco di sfumature che richiede fatica: il cittadino descritto dalla nostra Carta costituzionale è un soggetto attivo che si impegna per fare in modo che uguaglianza sia l’elemento strutturale del Paese, che non ritiene mai pienamente raggiunto l’obbiettivo.

Se questo può sembrare astratto ripensiamo, brevemente, alla storia dell’obiezione di coscienza:
la leva obbligatoria era prevista a norma di legge in virtù dell’articolo 52 della Costituzione che prevede il sacro obbligo della difesa della Patria. Tale dovere era declinato solo in virtù dell’obbligo di leva concependo quindi la Patria semplicemente come un territorio che andava difeso dall’invasore straniero. Fu grazie all’impegno di tanti giovani che per anni si rifiutarono di imbracciare il fucile che la Corte Costituzionale rilesse quell’articolo della nostra legge fondamentale: nel 1972 il concetto di Patria fu riletto e reinterpretato “Patria” non fu più soltanto un territorio ma divenne una comunità, la comunità che in quel territorio vive. Grazie a questa piccola rivoluzione fu possibile considerare l’obiezione di coscienza non più come “pigrizia” bensì come differente modo di realizzare l’articolo 52 della Costituzione.
I giovani (e non possiamo non ricordare anche don Lorenzo Milani) non resistettero ad un dovere per pigrizia, non si opposero alla leva per desiderio di quieto vivere ma si impegnarono e lottarono (pacificamente) per realizzare ancor di più la nostra Legge fondamentale.

Guido Turus – Movi Padova

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